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#172568 Economia

Un mondo senza povertà.

Autore:
Editore: Feltrinelli.
Data di pubbl.:
Dettagli: cm.14x22, pp.237, brossura cop.fig.a col. Collana Serie Bianca.

Abstract: Con "Il banchiere dei poveri" ha raccontato la storia straordinaria della fondazione della Grameen Bank e ha mostrato come il sistema del microcredito sia capace di sottrarre milioni di persone alla miseria e allo sfruttamento. Da allora ha esteso il raggio d'azione di Grameen dal campo strettamente finanziario a quelli dell'alimentazione, dell'educazione, dell'assistenza sanitaria, delle telecomunicazioni. Oggi il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus è pronto per una nuova sfida: proporre quell'esperienza come un modello e un punto di riferimento per riuscire finalmente a estirpare la piaga della povertà mondiale. La sfida si può vincere, secondo Yunus, con lo sviluppo e la diffusione del "business sociale": un nuovo tipo di attività economica che ha di mira la realizzazione di obiettivi sociali anziché la massimizzazione del profitto. Una forma di iniziativa economica capace di attivare le dinamiche migliori del libero mercato, conciliandole però con l'aspirazione a un mondo più umano, più giusto, più pulito. Sembra un sogno a occhi aperti. Ma è un sogno che ha aiutato il Bangladesh quasi a dimezzare il suo tasso di povertà in poco più di trent'anni. E che comincia a coinvolgere multinazionali, fondazioni, banche, singoli imprenditori, organizzazioni no profit in ogni parte del mondo.

EAN: 9788807171482
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Milano, Arnoldo Mondadori Ed. 1975, cm.13x19, pp.168, brossura cop.ill.a col. Collana Urania778. Prima di ogni "ponte" di lunga durata siamo abituati a ricevere, dalla televisione, dalla radio, dai giornali, raccomandazioni e ammonizioni sempre più pressanti. E dopo ogni "ponte" siamo abituati a elenchi di incidenti mortali sempre più lunghi e raccapriccianti. La Strage di Ferragosto, l'Ecatombe di Pasqua, l'Eccidio del 2 giugno, sono ormai diventati funeste, e quasi rituali, ricorrenze, sacrifici collettivi al Dio Automobile. Perchè? Si risponde che siamo imprudenti, incoscienti, infantilmente e morbosamente legati al nostro terribile giocattolo su quattro ruote. Che ne siamo, anziché i dominatori, gli schiavi. Ma se invece che un modo di dire, una semplice figura retorica, questa nostra "schiavitù" fosse, a nostra insaputa, una verità letterale? Se le automobili fossero davvero i nostri occulti padroni, se fossero loro a guidare noi, da un week-end all'altro, da un "ponte" all'altro, in una fatale, inarrestabile progressione, verso lo sterminio definitivo, verso il genocidio?
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